Vincenzo il chirurgo

Vincenzo il chirurgo, era così chiamato per la sua maestria nell’usare vari attrezzi: seghe, trapani, martelli, tenaglie. Incideva le carni, tagliava ossa, muscoli e tendini, strappava la pelle e lavava via tutto il sangue. La sua arte chirurgica era a disposizione dei boss della malavita per i lavori di pulizia dai traditori e dagli infami. Vincenzo era un tipo smilzo, calvo con occhi grandi e grigi, braccia muscolose, mani grandi e dita affusolate. Un giorno Vincenzo cadde dalla sua moto. Si risvegliò in ospedale e vide lo sguardo giovane del chirurgo che lo aveva operato. “Vincenzino è andato tutto bene ora riposati.” Passarono settimane e Vincenzo, anzi Vincenzino, come ormai lo chiamavano in reparto, era stupito dalla gentilezza: lo medicavano ogni giorno, lo lavavano, lo nutrivano, lo addormentavano. Vincenzo non aveva ricevuto quelle cure tutte insieme, mai nella  sua vita. Nemmeno da bambino. Era cresciuto per strada e i genitori lo battevano a turno, con ogni oggetto avessero tra le mani. Guarito e pronto per lasciare l’ospedale, Vincenzo si avvicinò alla stanza del medici per ringraziare il giovane chirurgo. Vincenzo non aveva mai detto grazie a nessuno e, non sapendo come fare, aveva pensato di  stringergli la mano. Era dietro la porta della stanza quando ascoltò la voce del dottore: “Quel Vincenzino, hai visto che tipo? Non parla, grugnisce, sembra un animale selvatico. Se non fossi in questo ospedale pubblico non aggiusterei le ossa a questa feccia umana.” Vincenzo fu colpito dalla parola feccia. Ricordò che una volta, mentre segava le gambe ad un funzionario pubblico, questi gli disse urlando che lui, Vincenzo, non era altro che feccia. Quella parola sconosciuta gli rimase in testa e tempo dopo se la fece spiegare dal figlio di un boss che studiava. Vincenzo non ci rimase male, né dispiaciuto. Le cure gentili ricevute in ospedale lo avevano confuso. Il giovane chirurgo uscì dall’ospedale in tutta fretta e, rapido, entrò nella sua auto. Una voce che non aveva mai udito prima lo atterrì prima che una lama fredda gli toccasse la gola: “Dottore, sono Vincenzino…Grazie.”

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