PRENDILA CON CALMA

Joe era un uomo irascibile e aggressivo a detta della sua famiglia, dei suoi amici, dei suoi colleghi, dei suoi capi, dei conoscenti, degli estranei che incontrava. Urlava, sbraitava e offendeva. Per Joe, tutto  era una questione di giustizia e faceva la voce grossa per difendere i suoi diritti calpestati. Joe rischiava di avere un infarto o un ictus, il medico lo aveva avvisato. Aveva provato l’ipnosi, la terapia, i fiori di Bach, lo yoga, il fitness, la preghiera, ma niente, la sua ira non si era placata. Un giorno, dopo il funerale di un suo amico,  aveva deciso di comprare una bara e l’aveva messa in soggiorno. Ogni volta che scoppiava di rabbia, correva a casa e si infilava nella bara. Indossava l’abito buono, chiudeva gli occhi e si immaginava morto, senza respiro, rigido e pallido. Il suo corpo, alto e robusto, entrava a stento nella bara, ma poi il suo respiro si faceva profondo, la sua fronte più liscia e perfino i suoi pensieri sparivano. Dentro la bara Joe non ricordava più le ragioni della sua collera. Immaginandosi morto, la vita ritornava ai minimi termini, alle fondamenta.  A Joe piaceva stare dentro la bara e sentire che tutto era finito, che lui era finito. Si sentiva come in mare sopra un comodo materassino alla deriva. Passarono mesi e  Joe ormai non lo vedeva più nessuno in giro. A tutti mancavano le sue urla, la sua faccia accesa, gli occhi di fuori, i suoi denti enormi in bella vista. Lo trovarono morto nella sua bara, sereno in volto. Finita la rabbia che lo aveva tenuto in vita. Alla fine, ictus o infarto,- non si seppe mai-, lo colpì nel momento in cui la sua calma era all’apice.

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NOI FARFALLE E ZIA FINA

1970 giorno di Pasquetta. Siamo in tre con zia Fina sdraiate nell’erba a cantare e a fare arabeschi con le dita tra i capelli. Zia Fina è amica dei nostri genitori, l’unica della compagnia a non essere sposata. Lavora in fabbrica, ha due gambe affusolate, gli occhi verdi e, ogni volta che stiamo tutti insieme, lei canta, balla, ci abbraccia, ci sorride sempre. Zia Fina se ne sta sdraiata nell’erba, con la sua gonna a portafoglio aperta sulle gambe, con noi tra le sue braccia spalancate e canta una canzone su quanto è bello fare l’amore. 1974 maggio. Siamo con zia Fina all’ombra di un albero in campagna. Raccogliamo dei papaveri e lei, con pezzi di petali, ci aiuta a farne rossetto sulle nostre bocche. Ci mettiamo a danzare tra  fiori e alberi e non calpestiamo la terra, perché voliamo leggere, come farfalle variopinte. Zia Fina ci fa ridere con le sue strane smorfie, ci racconta storie, canta di continuo e ci ripete,come un mantra,  che gli artisti sono liberi e possono scrivere tutto ciò che vogliono nelle canzoni. Siamo delle farfalle selvagge che svolazzano intorno al fuoco, che vagabondano tra i ruderi di una vecchia torre,  che arrivano  su una piccola sommità che sembra alta montagna, dove i nostri genitori, tra risate, scherzi e dimentichi di noi, si baciano. Poi. Siamo cresciute. Riusciamo a calpestare la terra, l’asfalto, i marciapiedi, le pietre. Le nostre ali son diventate pesanti. I petali di papavero non dipingono più il nostro bacio. Le cose della vita ci hanno fatto atterrare. Ci ferma il suolo delle cose come sono. In alto, nel cielo, si trova gran parte di noi. Zia Fina, ti prego, riportaci in campagna! Tra i campi di papaveri, accanto al fuoco acceso, tra le ortiche, con le frittelle tra le mani, nella torre che cade a pezzi ma resiste da secoli, accaldate, sporche di terra. Lo vedi anche tu, zia, che cantiamo ora e corriamo felici e, senza che ce ne accorgiamo, ci alziamo in volo.    

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IL TERRORISTA

Il terrorista prese posto sul treno accanto ad una vecchia signora. L’esplosivo era dentro la sua giubba e, a treno in corsa, avrebbe azionato il detonatore. Il treno però  ritardava la partenza e il controllore, guardando il suo biglietto, gli disse con impazienza che avrebbe dovuto pagare un supplemento. Il terrorista scese indignato e aspettò il treno successivo. Dopo dieci minuti arrivò un regionale e fu tanta la calca di gente, che l’uomo non riuscì a salire su quel treno, le porte gli si chiusero in faccia. Aspettò per ore ma intanto era iniziato uno sciopero e treni non ne sarebbero passati fino all’indomani. Gli autobus sostitutivi si riempirono in pochi minuti tra spintoni e urla. Il terrorista finalmente seduto sospirò sollevato. Un senso di orrore all’improvviso lo travolse: nella foga della salita la sua giubba gli si era sfilata e ora giaceva in terra calpestata da tutti. L’uomo guardò dal finestrino la sua bomba inesplosa e abbandonata in quel piazzale solitario e si guardò intorno confuso.

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Lola

Lola andò al lavoro quel lunedì mattina come ogni altro giorno negli ultimi anni. Alle cinque del mattino iniziava il suo turno nell’impresa di pulizie. Lola puliva i grandi uffici nella zona industriale della città. Attraversava, nel buio di quell’inverno, le strade prima in autobus e poi a piedi. “Sono così contenta perché ho un lavoro” disse tra sé e sé Lola. “Ma non vedi che siamo consumate dai calli e dalla dermatite!” risposero le sue mani. “Almeno riesco a pagare le bollette” sbottò Lola. Le sue gambe, che erano un groviglio tubolare di vene le si piegarono per la stanchezza. “Ma non capite….posso comprare il cibo per me e per i miei figli” insistette la brava donna. Proprio in quell’istante la sua ernia la colpì come una lancia arroventata nella sua schiena, per farsi sentire. Lola fece la voce grossa: “non devo chiedere aiuto a nessuno, ce la sto facendo da sola”. Quel lunedì improvvisamente l’impresa di pulizie licenziò Lola. Tutte le membra del corpo di Lola cantarono di gioia. Lola pianse, lungo tutta la strada fino a casa.

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